Intimità in una fresca serata d’autunno,1847 – 1852

STAMPA: Intimità in una fresca serata d’autunno,1847 – 1852
Utagawa Kunisada, conosciuto anche come Utagawa Toyokuni III  (1786 – 1865)
Tecnica: Xilografie a colori
Formato: Trittico oban tate-e
Edizione: Periodo Edo,  (1847-1852 c.a.)

Magnifica xilografia con ottimi colori. Composta da tre pannelli separati.  Tiratura su carta del Giappone databile nel periodo Meiji (prima metà del XIX secolo). Ottimo stato di conservazione.

Sontuoso trittico raffigurante il principe Genji che intrattiene i suoi ospiti suonando il Koto. Seduto dietro lo strumento sorride alla vista di un’incantevole fanciulla, che a sua volta ricambia.

L’immagine è dominata da un lato dalla presenza dell’acqua, elemento onnipresente nell’ambiente giapponese e dall’altro dal prezioso giardino ornato con bellissime piante. La scena è illuminata da due eleganti bokashi (tipica lanterna giapponese) finemente decorate.

Con questa ambientazione meravigliosa l’artista indugia sui dettagli come: eleganti chimono che  indossano i personaggi e che denotano i loro alto rango.


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Descrizione

Genji Monogatari è un classico della letteratura nipponica, scritto da una nobile giapponese, dama di corte vissuta nel periodo Heian (794-1185), dal nome Musaraki Shikibu. L’opera racconta di uno dei figli dell’imperatore giapponese dell’era Heian, conosciuto con il nome di Genji o meglio Hikaru Genji (Genji Splendente).
Tutta la vicenda poi ruota attorno alla vita amorosa di Genji e alle sue varie relazioni mostrando quindi i costumi e le usanze della società di corte del tempo. Nonostante le sue numerose relazioni e le diverse mogli che avrà nel corso della sua vita, da libertino Genji mostra comunque una sua particolare lealtà e legame verso tutte le donne della sua vita non abbandonando nessuna delle sue mogli o concubine, soprattutto in un periodo in cui per una concubina o moglie essere lasciata dal proprio protettore significava l’abbandono della società e l’emarginazione.

Genji a Tamakatsura: “ Sai quello che mi piace? Suonare uno strumento come il tuo in una fresca sera d’autunno, quando la luna è alta, stando seduto proprio accanto alla finestra. Allora si suona in concerto con le cicale, inserendo il frinire nell’accompagnamento. Ne risulta una musica che è intima, ma al tempo stesso tutta moderna. (tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu).

La foggia e i colori di un abito, la scelta dei materiali (legni pregiati, carta, seta…) e degli accessori (spade, maschere, rami e fiori…), il timbro d’uno strumento o un’intonazione particolare della voce: nulla era lasciato al caso, perché ben prima di essere un mero intrattenimento,  la musica rivestiva molteplici altre funzioni: in primis, dal momento che ciascuna classe era dotata di generi, strumenti e tecniche peculiari, essa fungeva da mezzo di identificazione comunitario e, nel caso dei nobili, di celebrazione del proprio elevato status, poiché rispecchiava la sopraffine estetica degli yokihito (le “persone di qualità”); come se non bastasse, le manifestazioni musicali venivano utilizzate per intessere e rafforzare relazioni (è questo il caso, per esempio, del corteggiamento), adempiere obblighi religiosi e sociali, riconciliarsi con la natura, entrare in contatto con i numi e tentare di riprodurre sulla misera terra le bellezze del paradiso, al punto tale che persino gli animi più duri erano costretti a piegarsi all’incanto.


Il koto è uno strumento cordofono appartenente alla famiglia della cetra, derivato dal guzheng cinese e introdotto in Giappone durante il periodo Nara.

Il corpo dello strumento è costituito da una cassa armonica, lunga circa due metri e larga tra i 24 ed i 25 cm, costruita, in genere, con legname di Paulownia (Paulownia Tomentosa o kiri, in giapponese). Su di essa corrono tredici corde di uguale diametro ed aventi stessa tensione, ognuna delle quali poggia su di un ponticello mobile (ji).

Il koto viene suonato poggiandolo sul terreno tramite quattro piccoli piedi di legno. Il suonatore si pone in ginocchio o seduto di fronte ad esso e pizzica le corde tramite l’ausilio di tre plettri (tsume) fissati al pollice, all’indice e al medio della mano destra. Di solito la mano sinistra non viene utilizzata per suonare ma per produrre una serie di abbellimenti agendo sulle corde, tendendole.